Sembra che sul finire del novecento, il rapporto tra musica e società cambi e vada in una nuova direzione, forse già dagli anni novanta, con la digitalizzazione della musica e poi più decisamente con la diffusione della musica in internet.
È difficile essere obiettivi su un fenomeno così ampio e complesso, come quello della musica di ampia diffusione: rock, pop, jazz, fusion, r&b, hip hop, reggae, dub, funk, soul, trap, world, etc.
È molto facile rimanere intrappolati in giudizi legittimi ma personali sui cambiamenti della musica nel suo complesso.
Mi sembra, però, che la questione vada anche oltre i cambiamenti del modo di produrre, di vendere e di ascoltare musica, che effettivamente è molto diverso per tanti artisti e tanti ascoltatori, rispetto agli anni sessanta e settanta, ad esempio.
In altre parole, ho l’impressione che stia cambiando molto il rapporto tra musicisti e società, tra arte musicale e società.
Per tutto il novecento, decennio dopo decennio, forse anche per come era fatta l’industria musicale, i canali di diffusione come radio, tv, cinema, dischi, c’erano pochi musicisti rispetto alla base sociale che si stagliavano come stelle o punto di riferimento, nella società nazionale o internazionale.
Molti altri musicisti rimanevano ben distanti da questi elementi di punta di ogni genere musicale, rimanendo piuttosto nell’underground, sconosciuti e spesso molto diversi, per caratteristiche personali e capacità artistiche-comunicative.
Oggi, la base di musicisti/artisti bravi, competenti, capaci e visibili è molto più ampia, in uno scenario a volte affollato, grazie alle possibilità delle scuole di musica da un lato e del web dall’altro. Complessivamente l’offerta musicale è enorme, gratuita e massificata sul web, molto più di prima.
In più, gli artisti che riescono a emergere tra gli altri, per capacità e numeri, su questa base molto affollata in cui passato e presente musicale sono sempre disponibili, non sempre annunciano qualcosa di molto nuovo, da un punto di vista dei sentimenti, delle idee sulla vita e sul mondo, degli stili di vita,
Invece, questa sorta di annuncio culturale è avvenuto continuamente nei decenni passati, con il jazz, con il rock and roll, con la disco-dance, fino al pop e all’hip hop degli anni settanta e ottanta, forse.
Si pensi, all’idea di scatenamento del corpo della swing era o del rock and roll, oppure all’estetismo del pop inglese degli anni ottanta, oppure al rilassamento del corpo e ad altri messaggi del reggae di Bob Marley oppure all’attivismo e al pacifismo di John Lennon negli anni settanta. Oppure si pensi allo scatenamento di sentimenti attraverso la parola, dell’hip hop, del rap e della trap, oppure all’impegno verso l’analisi sentimentale e sociale dei cantautori italiani tra gli anni sessanta e novanta.
Quindi, al di là dei gusti, degli stili, delle capacità artistiche e comunicative, sembra che una questione attuale possa essere: chi ha veramente qualcosa da dire di nuovo alla contemporaneità e al futuro e soprattutto chi ha la voglia di dirlo, di farsi ancora “profeta”?
I messaggi sono ormai esauriti e sempre gli stessi? Ci sono messaggi nuovi da cercare e comunicare? Cosa c’è come messaggio nei segni estetici musicali e stilistici dei linguaggi attuali?
Forse, le illusioni e le delusioni dei decenni passati hanno lasciato un po’ tutti con l’amaro in bocca, sia le vecchie sia le nuove generazioni di ascoltatori e musicisti.
Potrebbe essere anche che siamo attualmente, e da qualche decennio, una società disillusa, con artisti spesso disillusi oppure che non hanno voglia di essere profeti di qualcosa in particolare, se non di esprimersi per se stessi e un certo gruppo di ascoltatori.
Questo scetticismo sotteso nella musica di oggi e nel pubblico di oggi, potrebbe anche essere un buon punto di partenza per il futuro, chissà. Magari vale la pena essere più concreti, più realisti, anche se il sogno del futuro resta sempre un campo importante da coltivare, in qualche modo, nell’arte, nella politica e nella vita di tutti i giorni.