Almeno dagli anni settanta in poi il jazz, che ha sempre preso nuove strade decennio dopo decennio, si è espanso in tutte le nuove direzioni possibili ancora di più di prima, verso la world music, il rock, l’elettronica, la fusion, il folk, il soul, la classica. Adesso forse è più facile perdersi in sottili percorsi che non ti rappresentano abbastanza, come musicista o come ascoltatore.
È richiesta più filosofia sociale e estetica di prima, per affinare le proprie sensibilità? Forse, sì. E cosa è necessario per dirsi ancora jazzisti o jazzofili? Secondo me, quando si parla di jazz, bisogna fare riferimento soprattutto al ritmo, al suono strumentale, all’improvvisazione e all’interplay tra i musicisti.
Ma proviamo a fare un riepilogo recente: Miles Davis ha aperto negli anni settanta agli strumenti elettrici, alle altre musiche afroamericane e al rock, così anche i Weather Report, Herbie Hancock, Chick Corea, con grande successo di pubblico. Gato Barbieri e Dollar Brand hanno recuperato tradizioni sudamericane e africane. Inoltre, molti improvvisatori totali afroamericani e europei, hanno rimosso tutte le barriere stilistiche, tematiche e ritmiche nella loro musica nuova. Altri musicisti ancora hanno aperto al suono e alla melodia della musica classica europea come per l’etichetta ECM, in molti casi. C’è anche il lungo lavoro discografico di Pat Metheny alle prese con la musica delle due americhe.
Bisognerebbe citare decine e decine di artisti, con varie sensibilità innovative, dagli anni settanta a oggi. Keith Jarrett con le sue registrazioni per l’etichetta Impulse, tutti i viaggi musicali etnici di Don Cherry e tanti altri ancora. Lo stesso John Coltrane e i suoi gruppi anni sessanta come precursore, Ornette Coleman, gli Art ensemble of Chicago, Paul Bley, i jazzisti inglesi e europei come Enrico Rava, John Surman, Kenny Wheeler, etc.
È sicuramente una materia complessa per gli storici della jazz e ancora di più per un ascoltatore, pur appassionato come me.
Però, se c’è una costante molto interessante nel jazz credo sia l’esposizione di un tema musicale, con un suo arrangiamento, l’improvvisazione dei vari musicisti del gruppo e l’esposizione finale del tema esposto all’inizio, il tutto condito da un costante interplay dinamico tra i musicisti.
Certo, nel jazz sono possibili vari livelli di strutturazione del brano, sono possibili arrangiamenti di varia complessità, anche a seconda della numerosità del gruppo, fino alle scritture orchestrali.
Sono poi possibili sensibilità molto diverse, nella composizione del tema o nel tipo di recupero di brani di varie tradizioni nazionali o etniche, che possono essere trattati come standard.
Bisogna tenere in considerazione che anche la musica pop o popular, però, dai Beatles in poi, ha portato al suo interno musiche da tutto il mondo, con veri arrangiamenti pop su disco, molto strutturati per l’intero brano, potremmo citare per esempio Miriam Makeba ma ci sono tantissimi musicisti pop che hanno fuso insieme colori e suoni del mondo.
Ma il jazz, se vogliamo riconoscere un baricentro evolutivo jazzistico, tra le tantissime aperture e commistioni che ci sono state dagli anni settanta in poi, resta sempre fatto più o meno, di un tema originale o recuperato da altri repertori, dall’improvvisazione sul giro armonico e dalla riproposizione del tema alla fine, con un tempo che può essere ballad, medium o up.
Per quando riguarda l’utilizzo di vari strumenti o suoni, la gamma, è diventata molto aperta ai tantissimi strumenti acustici ed elettronici, purché si possa riconoscere, secondo me, un sound abbastanza “naturale e assimilabile”, dal duo fino ai piccoli ensamble e ai gruppo di sei o sette strumenti.
La musica è bella tutta, ci sono le orchestre, le partiture dettagliate ed esaustive, i direttori d’orchestra, il pop più avanzato e strutturato, la musica per solo piano, i gruppi vocali, etc.
Ma forse, senza tema – improvvisazione – tema, senza un focus sul ritmo e l’interplay all’interno del repertorio e di una certa libertà esecutiva del gruppo, non è molto aderente l’utilizzo dell’etichetta jazz. O no?
Io ascolto tantissima musica pop, oltre al jazz, soprattutto italiana, da sempre, ma mi piace pensare che la musica non si fermi mai nella sua evoluzione e così possa anche il jazz. La tradizione, sempre bella anche quella, che sia pop, jazz, rock, soul, folk, blues, etc.
Per chiudere con una nota personale, quando registro i miei pezzi, le mie canzoni, da solo, sovra incido quasi improvvisando le varie parti strumentali oppure “compongo in maniera molto estemporanea” le diverse parti strumentali, così mi sono affibbiato per gioco l’etichetta di genere free pop.