musica

Musicisti, generi musicali e pubblico (scritto nel 2010)

le forme musicali di larga diffusione geografica e sociale

Il confronto tra la musica nel diciannovesimo secolo e quella del ventesimo secolo può essere la maniera più semplice per discutere dei principali tipi di musica che hanno avuto un’ampia diffusione in termini geografici e sociali.

Quando penso alle decine di definizioni di uso corrente da parte di storici e critici musicali, per analizzare solo la musica degli ultimi duecento anni, viene la tentazione di lasciar perdere e cercare una maniera personale di sintetizzare e capire i diversi fenomeni musicali. La musica può essere cantata o solo strumentale, ristretta in piccoli ambiti territoriali e sociali oppure girare paesi e continenti. Può capitare di ascoltare cose facilmente assimilabili o che invece necessitano di ascolti ripetuti e approfondimenti di vario tipo. La musica può indurre alla danza e all’allegria o invitarci ad ascoltare con maggiore raccoglimento emozioni di diversa natura. Poi c’è la musica che annoia e lascia indifferenti e quella addirittura fastidiosa.

Nell’800 i generi musicali geograficamente diffusi sono probabilmente stati: alcune musiche da ballo (valzer, musiche latino americane, alcuni temi popolari particolarmente ballabili di tutte le regioni, ecc.) e l’opera lirica. Probabilmente nel corso dell’ottocento la musica che superava i confini delle comunità cittadine e rurali viaggiava principalmente in ambiti regionali o nazionali, attraverso orchestre che giravano da sole, con gruppi teatrali o spettacoli circensi e musicisti singoli. Mi riferisco qui alla musica capace di coinvolgere molte persone e comunque accessibile anche ai ceti non aristocratici o ricchi.

Nel ‘900 i generi a maggiore diffusione geografica e sociale sono stati invece sicuramente: il jazz (musica per pianoforte, swing band, ecc.), la musica da ballo esotica e latino americana, il rock, la canzone d’autore, la canzone afroamericana e la pop music in genere. In questo secolo gli spostamenti sono facilitati da treni e automobili. Accanto alle orchestre itineranti che suonano ognuna il proprio repertorio si affianca la possibilità di farsi ascoltare a distanza attraverso nuove importanti innovazioni tecnologiche. La musica nel ’900 ha così progressivamente sempre più a che fare con una organizzazione industriale della produzione e della distribuzione.

Una chiave di lettura essenziale per capire le trasformazioni nei processi di diffusione della musica è costituito infatti dai nuovi mezzi di diffusione della musica: la radio, i dischi, la televisione, internet e il cinema come caso abbastanza particolare.

La musica tradizionale locale, quella che rimane essenzialmente legata all’ambito territoriale in cui nasce, in seguito all’invenzione dei sistemi di diffusione appena elencati, acquisisce la possibilità di essere ascoltata così com’è in luoghi diversi da quelli in cui viene creata. Ma viene anche reinventata nell’ampia diffusione sociale di ascolti e esecuzioni, anche grazie alla costruzione di nuovi strumenti musicali. Il blues diventa elettrico oppure si mescola con le musiche popolari dei bianchi americani, con il country per esempio, assumendo la forma del rock and roll. La canzone napoletana si fonde con le forme e gli stili della lirica e con Enrico Caruso gira per la prima volta il mondo. La musica dell’America latina trova più facile diffusione col passaggio dalle orchestre itineranti ai concerti in radio e al disco. Si fonde col jazz, per esempio nei lavori di Perez Prado e Dizzy Gillespie e diventa internazionale. Carlos Santana a partire dalla fine degli anni 60 adotterà soluzioni espressive che tengono insieme la tradizione afro-cubana, già di ampio successo, con il rock angloamericano dando però maggiore rilevanza all’improvvisazione libera rispetto al rock immediatamente precedente e per questo avvicinandosi  alle pratiche del latin jazz.

Ripensando le trasformazioni della musica napoletana, trovo interessante ragionare sulla musica di Enrico Caruso, Renato Carosone e Pino Daniele. Con Caruso siamo agli inizi del novecento e dell’industria discografica e con lui la canzone napoletana diventa ascoltabile ovunque. Renato Carosone solo qualche decennio più tardi assorbe le influenze della musica americana e  afro-cubana  e anche lui rende la musica napoletana internazionale, in termini di diffusione ma anche di contenuti stilistici. Infine con la musica di Pino Daniele la cultura musicale napoletana non ha più confini. I riferimenti al blues, alla canzone d’autore, alla canzone afro-americana, a quella latina e africana si intrecciano con molta semplicità e bellezza. Negli anni ’60 e ’70 l’industria discografica rende disponibile l’ascolto di qualsiasi musica e i musicisti si formano imparando da qualunque genere gli permetta di esprimersi. Nonostante questo Pino Daniele vende tantissimo in Italia ma all’estero rimane un musicista noto soprattutto tra i musicisti. Sicuramente ciò è dovuto alla concorrenza di un’ampia produzione internazionale sconosciuta ai tempi di Caruso e Carosone. E’ in parte l’effetto di scelte artistiche personali del musicista e della lingua usata per le canzoni ma è probabilmente dovuto principalmente alle scelte distributive e promozionali delle grandi case discografiche.

Le biografie di molti musicisti del ‘900 sono piene di racconti che riguardano disaccordi tra musicisti e produttori discografici. Miles Davis litiga spesso con il management della Columbia, Enrico Rava racconta di avere rifiutato un importante lancio promozionale in America per improprie richieste sia musicali che di gestione dell’immagine pubblica. Lennie Tristano registra pochi dischi e produce parte delle sue registrazioni in casa. Stevie Wonder nonostante la precocità delle sue capacità espressive riesce a realizzare dischi alla propria maniera solo da un certo punto della carriera in poi. Molti musicisti appena possono tendono sempre più ad autoprodursi e ad affidarsi alle grandi aziende discografiche per la distribuzione, in modo da essere più possibile svincolati da condizionamenti nella parte creativa del loro lavoro. Le aziende discografiche non sono tutte uguali per potere economico e strategie editoriali (quanti soldi investire, come promuovere, quali indirizzi estetici imporre alla musica). In tutti i casi rispecchiano a loro modo la ricchezza e il livello di libertà espressiva dei paesi ai quali appartengono, nei diversi periodi storici.

Ritornando invece al tema più generale della diffusione geografica e sociale della musica, è importante considerare almeno la differenza tra un livello di diffusione nazionale e uno internazionale, in special modo se ci occupiamo di ottocento e novecento. Le questioni centrali  per comprendere le ragioni di diversi livelli di diffusione sono probabilmente le compatibilità politico economiche tra paesi, generi musicali e musicisti (nazionalità, appartenenza religiosa, ceto sociale). Considero ovvio che i musicisti impegnati a diffondere musica in più ampi spazi geografici lo abbiamo fatto attraverso una occupazione remunerativa e duratura, facendolo cioè come professione. Inoltre, è importante considerare nei processi di diffusione la comprensibilità della lingua usata dai cantanti. La musica strumentale non ha confini ed è potenzialmente una musica per tutti per sua natura ma è la musica cantata che probabilmente ha sempre costituito il più seduttivo genere musicale per musicisti e ascoltatori.

Complessivamente, dall’invenzione del disco in vinile in poi, l’incrociarsi di tanti generi musicali nell’ampia circolazione di idee e stili divenuti sempre più personali, genera per musicisti e ascoltatori un’ampia possibilità. Una scelta più ampia relega la musica tradizionale locale e anche molte pratiche musicali europee dell’800, che pur ebbero ampia diffusione (mi riferisco alla lirica e alla musica strumentale delle elite sociali nazionali), in una funzione principalmente di racconto storico e insegnamento.

Ad eccezione di un ristretto numero di composizioni particolarmente affascinanti, molte composizioni musicali dell’800, che pure avevano avuto una certa diffusione, sono relegate principalmente a un funzione di insegnamento dell’arte musicale e di memoria sociale. Diventano storie lontane alle quali ritornare per nostalgia, ristoro e comprensione delle trasformazioni musicali. Probabilmente ciò è fondamentalmente dovuto alla scelta di tutti i conservatori di non tramandare la pratica dell’improvvisazione, che non è un invenzione dei jazzisti, preferendo non contaminare le composizioni originali con nuove strumentazioni disponibili e con pratiche interpretative più libere.

Forse per questi motivi, escludendo piccole cerchie di ascoltatori allenati all’ascolto di generi e composizioni musicali più difficili, la maggioranza del pubblico trova espressione di sè primariamente nella canzone contemporanea e in tutte le forme che essa assume in tutto il mondo nel corso del ‘900 e soprattutto dagli anni ’50 in poi.

Nel sintetizzare il tema dell’ampliamento delle possibilità di ascolto e conoscenza di fenomeni musicali geograficamente lontani, bisogna precisare che questo è avvenuto principalmente nelle aree più ricche del mondo. In altre parole dove le musiche più diverse sono state accettate e commercializzate. E’ necessario considerare inoltre che molta musica a cavallo tra gli ultimi due secoli assume sempre più il ruolo di rappresentazione del carattere nazionale, durante la nascita e il consolidarsi degli stati nazionali (Italia, Francia, Germania, ecc.). Proprio quando si fa più facile la comunicazione con la diffusione del treno e poi di radio e dischi, i musicisti capaci di suscitare ampi interessi assumono il compito di rappresentare la cultura nazionale all’interno e all’esterno dei singoli paesi. In linea generale, direi che questo è abbastanza rilevante fino alla fine della seconda guerra mondiale. Con la diffusione del rock, della canzone afroamericana e del pop contemporaneo la musica tende a unire le nuove generazioni come mezzo di contestazione o semplice espressione sempre più personale e libera.

 
la produzione e l’ascolto di musica tradizionale locale

Un tema ricorrente nella storia personale di molti musicisti è l’attaccamento o il ritorno a una tradizione musicale di un periodo storico precedente. Molti musicisti per tutta la carriera oppure per brevi periodi fanno musica riprendendo i modi di suonare, gli strumenti e le composizioni della loro terra di origine, oppure di altre aree geografiche, comunque compiendo un salto nel passato e nel localismo.

Anche se è difficile fare a lungo musica escludendo completamente il piacere dell’ascoltatore e quello dell’esecutore, gli approcci sono anche molto distanti tra loro così come il livello di diffusione che i diversi tipi di musica tradizionale riescono a raggiungere.

Alcuni musicisti percorrono la strada della ricostruzione fedele di vecchi generi, canzoni e composizioni. Alcuni musicisti scelgono di rimanere il più possibile defilati con la loro personalità dall’opera in questione. E’ questo l’esempio di chi si occupa come un ricercatore di musiche popolari dei secoli passati lavorando su antiche partiture musicali e su strumenti dell’epoca (escludendo le tradizioni orali). In genere questi musicisti provengono dalle scuole di musica istituzionali e proseguono la loro carriera con un lavoro prevalentemente da esecutori.

Ci sono gruppi di musicisti che ripropongono con spirito filologico musica scritta del 500 e 600, altri che suonano come le swing band degli anni ’20 e ’30, Poi ci sono i gruppi che ripropongono le musiche popolari antiche delle regioni più diverse del mondo.

Altra cosa è secondo me il recupero di lontane tradizioni da parte di musicisti che hanno percorso le vie della musica popolare contemporanea (jazz, rock, reggae, canzone d’autore, pop music, ecc.). In genere questi musicisti mettono in campo soluzioni espressive molto più articolate e creative. La preoccupazione di conservare la tradizione integralmente, quando possibile, nei loro lavori è molto più sfumata. La fascinazione verso epoche passate e tradizioni culturali localizzate geograficamente è quasi sempre accompagnata dall’intenzione di mescolare il vecchio con la propria personalità artistica, con il proprio modo di suonare e comporre. La tradizione in questo caso è come un vecchio abito da valorizzare con cura e indossare, magari aggiungendo o togliendo dettagli. In ogni caso anche per via della notorietà popolare di questo tipo di musicisti si ha davanti a sè il disco o il concerto dell’artista X che propone un certa tradizione musicale, reinventando almeno parzialmente quel tipo di musica. Comunque esprimendosi con una certa libertà.

Gato Barbieri, Lina Sastri, Cheb Kaled, Angelo Branduardi, Miriam Makeba, Paco De Lucia come esempi di musicisti il cui lavoro su tradizioni musicali locali è stato abbastanza duraturo nella loro carriera. Altri musicisti invece hanno realizzato per brevi periodi opere in cui si immergevano in atmosfere abbastanza lontane da quelle proprie. E il caso di Sting con il cd sulla musica inglese antica, Eric Clapton con il blues delle origini, Bennato/ Joe Sarnataro e i Blue Stuff con il primo rock blues urbano, Enrico Rava con l’omaggio alla lirica in l’opera và, Wynton Marsalis con alcuni lavori particolarmente legati al jazz delle origini. Keith Jarrett ad esempio, in alcuni suoi dischi (non quelli da esecutore di Bach, Mozart, ecc.), riprende stili compositivi e improvvisativi della musica europea d’elite dei secoli passati.

Infine, per semplificare il discorso sul recupero di tradizioni musicali passate e geograficamente circoscritte, si può far riferimento a una terza situazione tipica. A tutte quelle produzioni musicali il cui riferimento alla tradizione è solo un accenno, un’ispirazione, richiamo del pubblico a qualcosa di altro rispetto ai suoni che dominano il panorama musicale dei nostri anni. Questo approccio è molto diffuso in tantissimi lavori dei maggiori musicisti e cantanti di ampia diffusione commerciale ed è quello che preferisco.

Mi riferisco qui a tutte quelle canzoni, e composizioni di varia origine che composte nei giorni nostri contengono qualche elemento che rimanda ad altre tradizioni musicali, antiche o lontane geograficamente, attraverso l’uso di uno strumento o voce particolare, di un fraseggio musicale esotico.

Personalmente non attribuisco nessun valore o disvalore apriori alla musica tradizionale locale così come alla musica popolare contemporanea. Preferisco però ascoltare o suonare musica tenendo al centro l’idea e la sensazione che la musica debba sedurre anche solo sottilmente chi partecipa all’evento musicale. La socialità legata all’ascolto, l’allenamento ad apprezzare anche gli aspetti meno immediati di alcune musiche, la conoscenza dei musicisti e della loro avventura musicale sono elementi che contribuiscono a definire comunque un’ampia varietà di modi di prestare attenzione all’arte musicale.

Considerò preziosa la possibilità di ascoltare cose diverse da quelle che generalmente si ascoltano in radio o in televisione. La registrazione rende disponibile, per chiunque abbia quel tipo di curiosità musicale, modi di fare musica che non sono più dominanti o che sono addirittura quasi del tutto scomparsi. E’ una porta che si apre su altri modelli di società, su altri modi di fare, ascoltare e vivere la musica. Un luogo della storia e della nostra immaginazione dal quale imparare qualcosa.

Attualmente consideriamo musica tradizionale locale, tutti quelle musiche, quelle canzoni che riproducono più fedelmente possibile la musica locale di altre epoche, musica che nacque e si alimentò all’interno dei propri confini comunitari (bande di paese, accompagnamenti di feste popolari e religiose, ecc.). A queste tradizioni locali si sono affiancate però nuove tradizioni musicali, nazionali o internazionali di mezza età come il jazz degli anni 50 e 60, il rock, la pop music più vecchia e una parte della musica afroamericana anni 60 e 70 (soul, funk, disco music) che sono punto di riferimento per molti ragazzi che ascoltano e imparano a suonare. I tanti gruppi di giovani musicisti che rifanno pezzi di questi decenni e si esibiscono nelle proprie città di tutto il mondo tra amici e piccoli locali, senza commercializzare le loro produzioni, sono forse da considerare  la cosa più vicina a quello che è stata la musica tradizionale locale prima che questa cominciasse a viaggiare e a professionalizzarsi.

In tutti i casi dal 2000 in poi si sono abbassati di molto gli ostacoli che monopolizzavano lo studio e la produzione di musica. Gli strumenti musicali e di registrazione sono sempre più accessibili. Fare il musicista come professione è però ancora una questione di abilità compositive e esecutive, di intelligenza sentimentale e risonanza col mondo che ci circonda, tempo e soldi permettendo.

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