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Perché guardiamo i telegiornali?

Come elettore e cittadino italiano, seguo la politica con interesse ma la continua e grande confusione del dibattito nei mass media, che succhia tempo e energia come un buco nero, mi ha spinto a cercare una chiave di semplificazione, per valutare partiti e leader nel loro percorso, nelle loro proposte, per valutare una trasmissione o un articolo di giornale.

Così, negli ultimi anni, pensandoci da solo, spesso parlando ad alta voce davanti al computer, cercando libri e contenuti web, un po’ alla volta mi sono annotato quelle che sono secondo me le grandi direttrici trasversali che la politica sarà obbligata prima o poi a percorrere, se vuole ripartire dopo questo lungo stallo che ha dato di nuovo spazio, negli ultimi decenni, al peggiore capitalismo.

Il pensiero politico ed economico adotta da molti anni un punto di partenza contabile, i soldi. Sembra che tutti partano o arrivino al seguente punto: non ci sono soldi per la spesa pubblica, bisogna far crescere il PIL o accumulare continuamente profitti come impresa o rete multinazionale. Questo probabilmente è il mind set di molta classe dirigente, anche di quella politica che pure ragiona soprattutto in termini di fluttuazioni di voti e consenso del loro partito.

Qui, in questa triste contabilità, c’è secondo me un primo punto da cui distanziarsi, almeno come cittadino e elettore. Il modello di produzione e consumo di cui siamo parte attiva, e la politica che tenta di governarlo, è interessante se produce benessere, non se produce soldi.

Se non hai un lavoro, una casa e i soldi per i tuoi bisogni emotivi e di conoscenza, il problema è effettivamente quello del denaro. 

Il problema però di tantissime persone, dirigenti di impresa e famiglie, mescola e confonde il problema del benessere con quello dei soldi, in alcuni casi, è la paura della perdita che ha orientato tanti elettori ricchi o quasi ricchi, anche parte del ceto popolare, a votare proposte politiche che non vanno alla radice dei loro problemi.

Comunque la si pensi, personalmente, ho avuto, sempre più negli utlimi anni, l’esigenza di filtrare il dibattito mediatico attraverso una chiave di lettura che non mi facesse perdere nei rivoli di questioni politiche sempre nuove e spesso poco importanti: taglio delle tasse trasversale, crescita del PIL, riforme istituzionali, difesa di dati e privacy, federalismo, blocco dell’immigrazione, sicurezza urbana, terrorismo internazionale, grandi opere pubbliche e cantieri.

Come ultimissimi argomenti aggiunti, ci sono ora le pandemie globali, i vaccini, la moneta elettronica, i crack finanziari, le reti 5g. 

Nonostante questo caos informativo nel dibattito politico e pubblico, se si osservassero le manovre finanziarie del parlamento italiano o i risultati complessivi, si vedrebbe una politica sostanzialmente unica negli ultimi decenni, trasversale ai vari schieramenti, una  polticia che ha tagliato la spesa pubblica, ridotto impiego pubblico e servizi, precarizzato il lavoro, ottenendo il controllo della spesa pubblica e l’ingresso nell’area euro. Ma senza creare lavoro, ridurre l’inquinamento, anzi aumentando il divario tra ricchi e poveri. 

È stata la rimonta del grande capitale dopo anni di welfare state. Una rimonta resa possibile da una classe politica e dirigente bollita da errori e sensi di colpa, dai fallimenti evidenti dagli anni novanta in poi. 

Adesso la casta sta migliorando, un po’ più lentamente dei cittadini, che hanno a loro volta imparato a convivere con traffico e stress vari, a risolvere quando possibile problemi di soldi e che ora cambiano rapidamente anche il loro orientamento di voto, se lo ritengono utile.

Ognuno decide quale sia il il suo problema o quelli più importanti e diffusi, cosa fare e per chi votare. Personalmente, ho scelto la mia professione tempo fa, poi l’ho faticosamente cambiata per adeguarmi alle esigenze di mercato e ai miei cambiamenti e ora provo a fare un lavoro che ritengo utile e che mi piace. Ma quando scelgo per chi votare, sento l’esigenza di avere un mind set con cui giudicare il sistema di informazioni giornalistiche e i politici, l’informazione quotidiana e i processi economici e politici di medio periodo.

C’è un numero ristretto di questioni che possono secondo me portare benessere attraverso la leva della politica e della spesa pubblica, li considero dei vettori trasversali per il miglioramento del benessere e della qualità della vita di tutti, ma forse come direbbe Totò ci può essere a chi piace e a chi non piace.

  1. regolazione pubblica per lo sblocco del mercato immobiliare

Tante case sfitte, poveri senza una casa di proprietà, acquisti e vendite difficili quasi per tutti. Se ci fosse un tetto massimo e minimo ai prezzi, un range ridotto di prezzo al metro quadro, il mercato si sbloccherebbe. I poveri avrebbero casa e i grandi imprenditori che hanno bisogno di soldi per investire potrebbero vendere 10 appartamenti e ristrutturare la loro azienda, senza chiedere meno tasse, sottraendo ulteriori soldi alla spesa pubblica. Molti imprenditori non investono perché c’è la stagnazione dei consumi, un risparmio sul costo del lavoro o sulle tasse produrrebbe solo un po’ di soldi in più sui loro conti. Perché se assumessero e producessero di più probabilmente non venderebbero niente, attualmente, a meno di non essere leader globali di mercato. 

  1. telelavoro

Passiamo qualche ora al giorno nel traffico, non abbiamo tempo per la cura di figli e degli anziani. Un certo monte di ore di telelavoro al mese potrebbe risolvere questi problemi e rendere le nostre giornate meno schematiche e più produttive.

  1. riduzione dell’orario di lavoro

Ci sono tanti lavori di pubblica utilità che sono usuranti e mal pagati, come quello degli infermieri, di chi lavora nell’edilizia, nel settore dei rifiuti. Perché non sostenere con soldi pubblici la qualità del loro lavoro a beneficio di tutti?

  1. reddito universale

La meritocrazia è una grande balla, in un mondo di cooptati, di coordate o di raccomandati. Poi, se non hai le caratteristiche richieste dal sistema produttivo non hai altre alternative per campare che sia il lavoro nero, il precariato o addirittura l’illegalità. A me piacerebbe che tutti avessero la possibilità di scegliere il proprio lavoro, di cambiarlo all’occorrenza e di campare comunque, se sono stati espulsi dal sistema produttivo.

  1. trasporti pubblici locali

Ci sono davvero troppe auto nelle grandi aree urbane, tempo buttato a percorrere qualche decina di chilometri al giorno, c’è inquinamento acustico e smog. La macchina dovrebbe tornare a essere un mezzo di libertà e non un mezzo succhia soldi e tempo. Ci vorrebbe un obiettivo di riduzione del 50% di auto in dieci anni, offrendo occupazione e servizi col trasporto pubblico locale allargato alle aree provinciali e regionali.

  1. impiego pubblico e servizi avanzati

Nelle fabbriche e nel terziario arretrato, che si è tanto diffuso, c’è poco lavoro e orari di lavoro che spesso non lasciano scampo. Inoltre, le imprese non vendono più perché il consumismo per fortuna si sta arrestando spontaneamente, anche per chi ha soldi. Il sistema di impresa privato non è per il momento capace di produrre benessere, dovrebbe riconvertirsi all’economia della sostenibilità, cosa che non riuscirà a fare da solo, senza importanti commesse pubbliche. Nel frattempo, dopo anni di riduzione della spesa pubblica, c’è bisogno di trasporti, sanità, cura del territorio, servizi avanzati per le imprese. Il lavoro a tempo indeterminato crea flussi per le casse dello stato e delle imprese, si può fare famiglia e avere una vita non invasa dal lavoro. L’automazione sta sostituendo il lavoro e produce beni che nessuno vuole o che nessuno ha i soldi per comprare. Il pubblico impiego potrebbe essere invece ad alto contenuto di lavoro e intelligenza ed essere dedicato a servizi di cura e manutenzione della collettività e delle imprese più fragili, invece che essere orientato alla produzione e al consumo di beni a obsoloscenza programmata.

  1. diminuzione delle tasse selettiva

Chi è che ha bisogno della riduzione delle tasse? Le imprese che col risparmio dei costi evitano di chiudere, i cui investimenti per le assunzioni e produttività permetterebbero di trovare nuovi mercati e quindi un’ulteriore espansione dell’occupazione. Anche nel mondo del lavoro esistono interessi fragili, quelli delle micro e piccole imprese, che sostenute sarebbero anche più adattive ai cambiamenti di mercato, rispetto alla grande impresa.

  1. diminuzione del debito pubblico

Il debito pubblico può creare la dipendenza degli Stati nazionali sui mercati finanziari globali, genera tassi di interesse che diventano dei pozzi senza fine del denaro pubblico, si diventa meno credibili in trattative internazionali. Il debito pubblico dovrebbe riguardare solo investimenti pubblici con rientri del debito programmati e prevedibili.

  1. riduzione delle spese per gli armamenti 

Una parte grossa di spesa pubblica va a favore dei grandi produttori di armi e di guerre, che esportano la democrazia e fanno distruzioni e ricostruzioni in tante aree piccole e grandi del pianeta. È un sistema politico industriale che lavora con un sistema economico produttivo/distruttivo, un sistema per la guerra. Assumendo anche qualche rischio nazionale, bisognerebbe semplicemente dire di no come Stato nazionale.

  1. recupero grande evasione fiscale

Una cosa è evadere il fisco per campare o per comprare una casa ai propri figli e una cosa è evadere per accumulare capitali o difendere un sistema industriale arretrato e parassitario, perché incapaci di riconvertirlo. Ci vorrebbe trasparenza bancaria, qualche indagine in più dell’interpool e della Guardia di Finanza. Un rafforzamento delle agenzie dell’antistrust, class action nazionali e internazionali.

  1. moneta fiscale

I trattati europei prevedono l’emissione di una moneta parallela nazionale che affianchi l’euro. La banca centrale nazionale può immettere liquidità nel sistema economico e questo significherebbe per esempio poter pagare i debiti della Pubblica amministrazione, rilanciare investimenti produttivi in settori strategici per il benessere nazionale e cose di questo tipo.

Quando sento tv o leggo i giornali, confronto quello che ascolto con le cose che ho elencato, che chiaramente non mi sono inventato completamente ma che sono spesso scritte e discusse da anni in alcuni libri e ormai anche in qualche blog italiano. Ma la politica non è quello che ascoltiamo in tv, la politica è quello che votano i politici in parlamento, per regolare la vita pubblica e l’economia.

Quindi per capire cosa realmente sia accaduto o accadrà nei prossimi anni bisognerebbe andarsi a leggere le leggi votate. Meglio ancora trovare una fonte di informazione che sintetizzi gli elementi chiave della politica e dell’economia del passato e del presente. Queste fonti ci sono anche se costa un po’ di lavoro individuarle in libreria o sul web. Ma può essere necessario farlo, se non si vuole rimanere connessi al sottovuoto spinto della nostra tv, per via del nostro naturale bisogno di capire cosa accade nel nostro paese e nel mondo.

Brevissima bibliografia.

Sbilanciamo l’economia, una via d’uscita dalla crisi – Giulio Macron, Marco Pianta. Editori Laterza, 2013.

Con i soldi degli altri, il capitalismo per procura contro l’economia – Luciano Gallino. Einaudi, 2009

Homo videns – Giovanni Sartori. Editori Laterza, 1997.

Postdemocrazia – Colin Crouch. Editori Laterza, 1997.

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